
La metropolitana di Mosca è stata progettata come salone del popolo. Mosaici, statue, effigi comuniste e spazi ampi. A colpire è soprattutto la massa che ogni giorno si riversa nei sotterranei moscoviti. Un'autostrada con sensi vietati e controllori.
![]()
Lo sfarzo zarino, con gli ampi viali e i ponti sulla Moscova, ricordano le glorie passate e allo stesso tempo mettono malinconia. Sullo sfondo una moschea turchese in mezzo ai girodini innevati trafitti dai tronchi neri degli alberi spogli.

ag
SAN PIETROBURGO
27 dicembre 2007
Qui non sorge mai il sole. Alle 9 è ancora notte e verso le 11 la luce è appena più alta. Quando sono arrivata ho pensato di soffocare, schiacciata dalle nuvole compatte, dal cielo plumbeo, dal peso interiore della tristezza atavica che a volte mi pare di avere dentro da sempre.
E poi il fango che ingrigisce tutto, lo smog che copre come melma le cose e le persone. Poche luci, quelle del Natale, che quest'anno non ho vissuto. Se non ci fossero neanche quelle lampadine fuori contesto, le strade sarebbero vicoli e anche i viali, la larghissima Nievsky Proskpet, sembrerebbero tunnel.
Le persone qui corrono, poi, nel momento di agire sono lente. Seguono un ritmo sincopato fatto di piccole cose in una grande prospettiva che immaginano ancora comune. Ma è illusione. Qui il capitalismo sfrenato, il peggio dell'America ha già contaminato tutto. Il "nemico" è in casa loro.


Ne hanno recepito la parte più impermeabile alla cultura, quella che riempie i canali di San Pietroburgo di bottiglie della Coca Cola e cartoni porta patatine di Mac Donald.
Poi entri nell'Hermitage e trovi solo signorotte-matrioska dal volto triste. Gli occhi ravvicinati, le bocche strette, il nasino invisibile. Sono vestite come da manuale della buona impiegata sovietica. Un po' civette, un po' matrone. Due per ogni sala, moltiplicato per l'immensità del palazzo d'inverno. 
Sulla piazza antistante, il monumento alla gloria di Alessandro è assediato dalla giostre chiassose e dai ragazzi che pattinano sul ghiaccio come a Rockfeller Plaza. Corto circuito della mente. Nella taverna da cui partì Puskin per il duello che gli fu fatale, il pianista accenna New York, New York. Mi sento morire. Vorrei poterci tornare. Ma è passato. E indietro, lo giuro, non ci torno. Eppure mi manca la sua languida spavalderia, la sua solitudine affollata. Le cerco in ogni luogo che attraverso.
ag
ROMA-SAN PIETROBURGO
24 dicembre 2007
Il cielo è sereno quassù. Lo è sempre a quest'altezza. Sotto uno strato fitto fitto di nuvole che iniziano a tingersi di rosa e blu. Sul finestrino si sono incollate piccole stelle di ghiaccio a ricordarmi che oggi è la vigilia del Natale.

Anche quest'anno la passo lontano da Roma ma più ad est dello scorso anno. Dalla parte opposta a New York che così sembra allontanarsi ulteriormente. Ieri la mia città adottiva si è avvicinata pericolosamente e io me ne sono disfatta. Almeno ci provo. "Tre camere a Manhattan" andrà lontano. Volerà via presto, assieme alle parole scarabocchiate nella prima pagina. Ancora una volta quella città mi ha scavato dentro, con i suoi occhi che investono e mi lasciano allo stesso tempo forte e debole. Senza energie. Io la lascio fare.
E' un termometro delle mie emozioni. Compare, mi buca l'anima che per mesi ho tentato di plastificare e poi svanisce. Non è mai un addio. C'è sempre. Come un'ossessione mi ritorna in mente e quando inizio a dimenticare mi sorprende con i suoi agguati sinceri che mi stravolgono di gioia per lasciarmi nell'infelicità.
Ma io da te non posso tornare. Posso solo aspettare. Sei tu che decidi tutto. Quando ti spieghi, quando mi accendi, quando mi accogli o mi respingi.
Tra pochi minuti atterro in un posto sconosciuto cui mi adatterò presto. Docile e sola, getterò la giacca su un altro divano.
ag


Perchè proprio ora sento questa canzone che rattrista le mie stanze?
ag

ag
Preparo le valige con la mente, ma sono già lontana anni luce da qui.
Non importa cosa mi aspetta al di là dell'oceano. Lavoro, affetti, scoperte e delusioni. Parto, come sempre. Come quando da piccola i miei genitori mi infagottavano, mi caricavano prima sul taxi, poi sull'aereo e mi risvegliavo in un albergo. Tutti non-luoghi, da attraversare e lasciare, senza rimpianti, senza attaccamento. Allora era sorprendente quella sensazione di smarrimento, mi dava un'impressione di libertà. Non appartenere a nessun luogo, a nessuna terra o confine.
Tuareg nel deserto
Scalatrice sui ghiacciai dell'Antartide
Tangueira su di una pista da ballo di Buenos Aires
Archeologa tra i resti romani in Siria
Piccola americanina a Disneyland
.....
Tutti e nessuno.
Poi di nuovo infagottata e riportata a casa. Nella testa un po' di confusione - quella me la porto dentro e la custodisco con gelosia, anche se talvolta è scomoda - e tanti ricordi che non cicatrizzano, che non restano a fondo, ma si animano e popolano i miei sogni e la mia quotidianità. Niente è mai rimosso, le immagini e le persone che "vivo" si imprimono e mi impregnano. Non voglio che cambi ed è per questo, forse, che sono già lontana da qui. Non voglio diventare indifferente, non voglio nascondermi, non voglio addormentarmi, non voglio farmi scivolare tutto addosso.
Voglio invece continuare a sentire, a dire, a trasmettere qualcosa e a pretendere da chi mi sta vicino sempre di più. Aspettarsi dagli altri risposte e comprensione, o magari solo un sorriso, così intendo l'amicizia, l'amore, la conoscenza. Non voglio essere convinta del contrario, non voglio cambiare idea, non voglio arrendermi a chi dice che voler bene è non chiedere nulla. NO
ag

AUGURI DI BUON NATALE E FELICE 2006
ag