martedì, 12 febbraio 2008

Appunti russi 1

SAN PIETROBURGO

27 dicembre 2007

Qui non sorge mai il sole. Alle 9 è ancora notte e verso le 11 la luce è appena più alta. Quando sono arrivata ho pensato di soffocare, schiacciata dalle nuvole compatte, dal cielo plumbeo, dal peso interiore della tristezza atavica che a volte mi pare di avere dentro da sempre.

E poi il fango che ingrigisce tutto, lo smog che copre come melma le cose e le persone. Poche luci, quelle del Natale, che quest'anno non ho vissuto. Se non ci fossero neanche quelle lampadine fuori contesto, le strade sarebbero vicoli e anche i viali, la larghissima Nievsky Proskpet, sembrerebbero tunnel.

 Le persone qui corrono, poi, nel momento di agire sono lente. Seguono un ritmo sincopato fatto di piccole cose in una grande prospettiva che immaginano ancora comune. Ma è illusione. Qui il capitalismo sfrenato, il peggio dell'America ha già contaminato tutto. Il "nemico" è in casa loro.

 

Ne hanno recepito la parte più impermeabile alla cultura, quella che riempie i canali di San Pietroburgo di bottiglie della Coca Cola e cartoni porta patatine di Mac Donald.

Poi entri nell'Hermitage e trovi solo signorotte-matrioska dal volto triste. Gli occhi ravvicinati, le bocche strette, il nasino invisibile. Sono vestite come da manuale della buona impiegata sovietica. Un po' civette, un po' matrone. Due per ogni sala, moltiplicato per l'immensità del palazzo d'inverno.

Sulla piazza antistante, il monumento alla gloria di Alessandro è assediato dalla giostre chiassose e dai ragazzi che pattinano sul ghiaccio come a Rockfeller Plaza. Corto circuito della mente. Nella taverna da cui partì Puskin per il duello che gli fu fatale, il pianista accenna New York, New York. Mi sento morire. Vorrei poterci tornare. Ma è passato. E indietro, lo giuro, non ci torno. Eppure mi manca la sua languida spavalderia, la sua solitudine affollata. Le cerco in ogni luogo che attraverso.

ag

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sabato, 09 febbraio 2008

Appunti russi

ROMA-SAN PIETROBURGO

24 dicembre 2007

Il cielo è sereno quassù. Lo è sempre a quest'altezza. Sotto uno strato fitto fitto di nuvole che iniziano a tingersi di rosa e blu. Sul finestrino si sono incollate piccole stelle di ghiaccio a ricordarmi che oggi è la vigilia del Natale.

Anche quest'anno la passo lontano da Roma ma più ad est dello scorso anno. Dalla parte opposta a New York che così sembra allontanarsi ulteriormente. Ieri la mia città adottiva si è avvicinata pericolosamente e io me ne sono disfatta. Almeno ci provo. "Tre camere a Manhattan" andrà lontano. Volerà via presto, assieme alle parole scarabocchiate nella prima pagina. Ancora una volta quella città mi ha scavato dentro, con i suoi occhi che investono e mi lasciano allo stesso tempo forte e debole. Senza energie. Io la lascio fare.

E' un termometro delle mie emozioni. Compare, mi buca l'anima che per mesi ho tentato di plastificare e poi svanisce. Non è mai un addio. C'è sempre. Come un'ossessione mi ritorna in mente e quando inizio a dimenticare mi sorprende con i suoi agguati sinceri che mi stravolgono di gioia per lasciarmi nell'infelicità. 

Ma io da te non posso tornare. Posso solo aspettare. Sei tu che decidi tutto. Quando ti spieghi, quando mi accendi, quando mi accogli o mi respingi.

Tra pochi minuti atterro in un posto sconosciuto cui mi adatterò presto. Docile e sola, getterò la giacca su un altro divano.

ag

postato da: stellabianca78 alle ore 16:39 | link | commenti (1)
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mercoledì, 09 gennaio 2008

Ricostruzioni

Ristrutturo il mio vuoto. Ricostruisco sulle rovine. Ogni volta devo ricominciare da capo. Alle fondamenta. Non resta nulla. Non i mattoni, che si sbriciolano, non i colori. Dove finiscono l'arancione e il blu dei muri quando il palazzo crolla? E le tende, perche' nelle scene di guerra in citta' tra gli scheletri incendiati delle case non si scorgono mai le tende? Qualche peluche, uno straccio da cucina, ma nessuna traccia delle tendine colorate, scelte con cura per lasciare entrare la giusta luce dalle finestre.
E subito piombo nei ricordi. La mattina a New York. Apro gli occhi. La prima cosa che vedo sono le tende e il mobile laccato di un bianco sporco. Le foto a colori, due lampade a strisce verticali colorate di rosso, celeste e giallo. La luce blu della sveglia.
Ancora una volta la mia mente comincia a ricostruire. Memorie di testa, memorie del cuore.
Poi mi alzo, raccolgo le forze, poche, inutili, molli. Vado avanti senza guardare indietro. Almeno ci provo.
La Russia ha accresciuto il mio freddo dentro con il gelo delle sue superfici in bianco e nero. Qualche grigio, soprattutto quello del cielo sopra Mosca, che in questi giorni sembra aver contagiato l'Italia. Forse l'ho portato io...
Forse mi va di ricominciare a scrivere. New York mi ha contaminato ancora una volta.
ag
postato da: stellabianca78 alle ore 10:47 | link | commenti (3)
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domenica, 11 novembre 2007

addio


<B>Così finisce una storia d'amore<br>la lettera diventa un'opera d'arte</B>

La lettera è una qualunque lettera d'addio, se si può dire qualunque di un congedo. Breve, una paginetta. Accendi il computer un giorno e lei è lì. Sta tutta intera davanti a te nel primo foglio dello schermo. Premi il cursore per scendere, ne cerchi ancora ma non serve: è finita. Lui è garbato, formalmente ineccepibile, apparentemente addolorato. È colto, inoltre. Un uomo che sa usare le pause e gli a capo. Sa toccare le corde dell'altrui colpa sfiorandole appena, sa attribuirne un poco a sé come un difetto congenito, piccolo male non imputabile. Uno scrittore, forse. Di certo uno che lavora con le parole. Il repertorio è classico, si direbbe un'antologia. "Avrei preferito parlarti a voce, infine ti scrivo". "Ho creduto che avrei potuto darti il bene" "che il tuo amore fosse benefico per me". "Non ti ho mai mentito e non comincerò a farlo oggi". "Mi dicesti che quando avremmo cessato di amarci non avremmo più potuto vederci: una regola che mi pare dolorosa e ingiusta. Tuttavia: non potrò diventare per te un amico". Alcune specifiche di questa storia, poi l'inevitabile "ti ho amata nel mio modo e continuerò a farlo, non cesserò di portarti con me". La chiusura, infine. "Avrei preferito che le cose andassero diversamente". Le ultime quattro parole. "Abbi cura di te".

"Take care of yourself, prenez soin de vous, cuidate mucho". È qui, è sull'incongruenza emotiva di una frase che ha le sembianze di una premura - non si può respingere un invito così, eppure non si può accettare se allegato al dolore dell'addio - che Sophie Calle costruisce la sua opera d'arte. Il suo libro ha la copertina rosa, lucida come una carta di caramella. Se fosse tradotto in italiano (non lo è, per qualche misteriosa ragione non è tradotto nella nostra lingua nessuno dei suoi libri, nel resto del mondo oggetti di culto) s'intitolerebbe "Abbi cura di te". Seduce fuori e tormenta dentro. Fa ridere e fa piangere, ammala e guarisce. Non si può lasciare senza averlo attraversato fino in fondo. Ci sono tutte le domande, tutte le risposte: c'è soprattutto un'ironia formidabile, una malinconica saggia ironia venata di amarezza, la medicina di ogni male.

Calle è un'artista tra le più amate del nostro tempo. Un'icona della modernità, una Louise Bourgeois del nuovo secolo. Il Centre Pompidou le ha dedicato per i suoi cinquant'anni una retrospettiva. La Francia le ha affidato il padiglione di quest'ultima Biennale di Venezia: lei lo ha dedicato a raccontare come finisce un amore. Ha proiettato i video (guarda lo speciale interattivo) di molte delle 107 donne che leggono la mail di addio del suo amante: celebri e sconosciute, Jeanne Moreau e una studentessa di scuola media, Luciana Littizzetto e una cartomante, Victoria Abril e una stella dell'Opera. Un avvocato, una psicanalista, Laurie Anderson, una scrittrice di parole crociate, una campionessa di tiro con la carabina, una esegeta di talmud, Maria de Medeiros, la figlia "segreta" di Mitterand, una giocatrice di scacchi. A ciascuna ha chiesto cosa significa abbi cura di te, come si fa ad averne, come si affronta e come si supera il vuoto spaventoso dell'assenza? Ciascuna ha risposto nel suo modo: con un referto, con una canzone, con un gioco. La mostra, a Venezia - "Take care of yourself" - è stata visitata da migliaia di persone, è ancora lì fino a fine novembre. Il tam tam sotterraneo (dei visitatori, delle visitatrici) ne ha fatto una meta di pellegrinaggio. Di seguito è venuto il libro, ormai introvabile. Più di quello del 1981, L'Hotel: Calle si fece assumere a Venezia come cameriera in un albergo, fotografò le stanze appena lasciate dai clienti, i letti sfatti i loro oggetti abbandonati. Più di The adress book, 1983: trovò un'agenda per strada, chiamò tutti i numeri chiedendo a chi rispondeva di parlarle del proprietario, pubblicò tutti i giorni su "Liberation" i resoconti delle interviste infine un volume col ritratto collettivo di un uomo mai visto. Più ancora di "Double game" scritto a quattro mani con Paul Auster: lui si ispira a lei per il personaggio di Maria nel romanzo Leviathan, lei si immedesima in Maria e ne veste i panni.

Torniamo all'amore, però. Alla lettera. Al libro e al cammino che si attraversa per prendersi cura di sé. In principio la ragione: che il testo passi all'esame dell'intelletto, i freddi strumenti del raziocinio. La e-mail è tradotta in codice morse, in linguaggio esadecimale, in braille, in stenografico e in codice a barre. In trascrizione fonetica, in sms. Poi l'analisi del testo come fosse un canto della "Divina Commedia". Aspetto tipografico, paratesto, genere, enunciato, vocabolario, analisi logica e grammaticale. Lunghezza (con istogrammi in blu) delle ventidue frasi. Evidenza delle forme verbali: quanti gerundi, quanti imperativi, quanti condizionali. Frequenza del soggetto: io il triplo di tu. Riferimenti letterari. I Fratelli Karamazov, Resurrezione, La Repubblica di Platone. Per "abbi cura di te" senz'altro Emma di Jane Austen.

Ora che è stata sezionata come un corpo sul tavolo dell'anatomo patologo rivediamola da viva, questa lettera. Passi pure l'esame degli altri: le altre donne. Nelle mani di una cartoonist diventa una striscia comica, la giornalista di agenzia ne fa un lancio, il giudice una sentenza. La sessuologa risponde con una ricetta su carta intestata dell'ospedale: "No, non posso prescriverle antidepressivi. Lei è solo triste. Un evento doloroso fa male ma la soluzione non può essere chimica". La psicanalista si sofferma sulla "brutalità della vacuità della frase omicida finale": un "banale take care al posto di un addio. Come dire abbi cura di te stessa perché non sarò io a farlo". L'avvocato suggerisce due anni di carcere e trentasettemila euro di ammenda per il soggetto, colpevole di truffa e contraffazione. Florence Aubenas (giornalista lungamente sequestrata in Iraq) le scrive che la sua lettera non sarà pubblicata: troppo personale. La criminologa analizza il soggetto mittente: "Un uomo intelligente, colto, di buon livello socioculturale, elegante, seducente, orgoglioso narcisista ed egoista". "Psicologicamente pericoloso o/e grande scrittore". L'esegeta di talmud affronta sul testo una disputa rabbinica. Ne ragionano una filosofa, un'antropologa, un'esperta di diritti delle donne all'Onu, una docente di fisica. Marie Dasplechine, scrittrice, ne fa una novella per bambini. La maestra elementare in bella calligrafia la propone come compito agli alunni con cinque consegne: "Dai un titolo a questo racconto, chi è il protagonista? qual è il problema? In che modo il protagonista lo risolve? Trova un altro finale alla storia". Ambra, nove anni e mezzo, lo svolge: "Sembra che lui l'ami. Se l'ama non capisco perché la lascia. È una storia triste". La paroliera la trasforma nel testo di una canzone, la compositrice classica in un brano per pianoforte. L'esperta di bon ton la boccia categoricamente e propone un nuovo testo: sette righe scritte con penna stilografica su carta velina, impeccabili per assenza di vanità. La cartomante fa i tarocchi: l'eremita, il matto, l'imperatrice, la luna, l'impiccato. Un'agente dei servizi segreti la critta usando la parola chiave "rottura".

La redattrice di parole crociate ne fa un fenomenale cruciverba: memorabili le definizioni di "benefico", "irrimediabile", "amante". Per centinaia di pagine si avvicendano l'esperta di letteratura comparata e la sociologa (ne fa un saggio: "L'esacerbarsi dell'amore eterosessuale in Occidente"), la storica e la giocatrice di scacchi ("Il re nero perde: analisi della partita"). La latinista traduce: "Ego quidem voluissem res alio vertere. Cura ut valeas". Dunque in latino la frase omicida si dice così: cura ut valeas. L'architetto di interni ne fa mille copie da distribuire agli ospiti in visita, le impila in un contenitore, la contabile la trasforma in un bilancio economico del dare e dell'avere in amore. La maestra di ikebana due composizioni floreali, la madre una lettera alla figlia: "Amore mio, si lascia e si è lasciati, è questo il nome del gioco. Sono sicura che anche questo sarà per te fonte d'ispirazione artistica. Mi sbaglio?".

Già arrivati fin qui, a due terzi del libro, va meglio. Si è molto riso, si è molto ascoltato il rumore del mondo. Ecco dunque il momento di sedersi a godere lo spettacolo. Dei quattro cd rom allegati (la seduta dal consulente familiare, la conversazione con la speaker della radio, il film realizzato dalla regista Letitia Masson) l'ultimo contiene le immagini di chi ha risposto con la voce e coi gesti. Una clown. Una stella della danza all'Opera di Parigi. Jeanne Moreau che legge nella penombra di una stanza, commenta con voce roca, si ferma, riprende, si emoziona. La tiratrice di carabina che del foglio con la mail fa un bersaglio, prende la mira e spara. Luciana Littizzetto che la legge nella cucina di casa sua, a Torino, mentre affetta una cipolla: sarcasmo e lacrime. Victoria Abril ancora nel letto di "Legami" che dalle lenzuola sfatte rimprovera Sophie: "Gli hai dato troppe condizioni, gli hai detto che dopo la fine dell'amore non avresti voluto vederlo più, gli hai chiesto di non essere l'altra, la quarta delle sue donne. Ma, Sophie, in amore non si dettano regole. Hai sbagliato". Un'attrice giapponese con la maschera di gesso, una ballerina indiana che danza, una cantante di tango. Un pupo di cartapesta (femmina), una rapper. Un'interprete di fado portoghese, una soprano lirica, una cantautrice berlinese. Alla fine resta Brenda, maestoso pappagallo bianco con cresta dorata (femmina): col becco fa a pezzi la lettera, la assaggia, ne mangia un po', non gli piace, la butta. Chiude l'autrice: una frase in caratteri minuscoli, ultima pagina. "Questo è tutto riguardo alla lettera. Non riguardo all'uomo che l'ha scritta...". Il libro, naturalmente, è dedicato a lui.

(di CONCITA DE GREGORIO, La Repubblica 11 novembre 2007)
postato da: stellabianca78 alle ore 13:46 | link | commenti (2)
categorie: qualcosa di personale, new york
martedì, 02 ottobre 2007

Nuove forme

Il mio ex compagno di banco si sposa.

E' il segnale giusto.

Dare una forma al caos. Ci si prova...
Magari e' un appartamento pieno di sole, in una casa a due piani, un po' rustico e silenzioso ma nel mezzo della citta' che ho scelto per vivere.
E' un balcone da riempire di girasoli e margherite. Fresco d'estate, per le cene all'aperto dopo il mare.
Un televisore da piazzare ai piedi del letto, all'americana. Perche' addormentarmi con le voci della tv che si confondono con i pensieri mi culla.
Una cucina che sembra popolata di gnomi e fatine, piena di frutta e spezie colorate. Una doccia chiara e calda per la sera, quando torno da danza.
Si' perche' anche il corpo ha bisogno di nuova forma. Poi certo dovro' dare ordine alla mente.

E infine verra' il cuore...
ag
postato da: stellabianca78 alle ore 22:44 | link | commenti (1)
categorie: qualcosa di personale, new york - roma a/r
sabato, 15 settembre 2007

Caos pensiero

Ho dovuto aspettare di essere di nuovo nella pancia di un aereo per trovare l’ispirazione e il tempo di scrivere. Non riesco a chiudere occhio nonostante la stanchezza. Sento una morsa allo stomaco e ho la bocca secca. Mi sembra di tornare a casa e comincia a diventare patologico. Un anno fa lo stesso percorso, piu’ o meno negli stessi giorni. Alla ricerca di un isola tranquilla che trovo solo a Manhattan. Gia’ dalla dogana I miei cinque sensi si riattivano, tutti assieme. Pare un risveglio, che non so spiegarmi. Gli odori sopra a tutto. La moquette delle sale di attesa. Il caffe americano che sorseggiano i polizziotti di frontiera. Poi i rumori, le voci. I colori del padiglione dove ci ammassiamo da immigrati. Il contatto con i cartoncini per l’ingresso, uno blu, per tutti e quello verde per i non residenti senza visto. Sei mai stato nazista, terrorista, islamista, drogato, rapitore, ladro o comunista? Ho ancora timore a mettere tutte le crocette al posto giusto. Basta una stanghetta sbagliata e nella terra delle opportunita’ sei schedato come lier, bugiardo.

Ma la sorpresa oggi e’ un salto nel passato. Facendo le valigie ho buttato dentro il classico libro salva-tempo, la ciambella di salvataggio contro I vicini scocciatori e la noia delle ultime ore prima dell’atterraggio. Dentro ci ho trovato due lettere bellissime, datate alla fine di agosto 2005. Erano le parole di arrivederci per la mia partenza di due anni fa, quando in solitario me ne ero partita per l’America. La sera del mio arrivo a New York, prima di chiudere gli occhi me le ero finalmente concesse. Una dopo l’altra. E avevo pianto di felicita’. Di una mi colpisce l’affetto, la stima reciproca, la fiducia nei rapporti di due sorelle che non potranno mai essere divise da nessuna distanza. Dell’altra i pensieri sconnessi che pero’ formano un mosaico perfetto di amore, di cura, di ricordi e complicita’.

Quelle due lettere le avevo dimenticate nel libro dei gialli, forse volutamente perche’ a volte l’amore fa male e ci fa pensare troppo a cosec he prima o poi comunque dovremo lasciare. Piu’ ci si concede piu’ si perde. Ma se non si ama non resta nulla da perdere e nulla davivere. Quelle lettere sono riemerse e a distanza di due anni servono proprio a fare il bilancio delle perdite e dei ricavi. Le parole scritte, come sempre, sono la mia unica ancora alla realta’, mi chiariscono quello che resta latente in me, difficile da decodificare nel mio caos-pensiero.  

Due anni dopo tutto e’ cambiato, tranne l’amore dei miei scrittori che non mi hanno mai perso di vista. Io sono sgusciata fuori tante volte dalle loro vite, in punta di piedi quando volevo fuggire, urlando quando giocavo con le mie emozioni positive, con gli amori nuovi, con la vita distratta e piena dei giorni spensierati.

 

Or ache sono di nuovo in viaggio verso una casa mi sento libera. Dalle paure, dai limiti che noi stessi ci mettiamo. Libera di andarmene e tornare con la certezza di non perdere nulla di cio’ che davvero mi sta a cuore.

 

ag

postato da: stellabianca78 alle ore 01:21 | link | commenti
categorie: qualcosa di personale, new york - roma a/r
giovedì, 13 settembre 2007

Il richiamo

New York mi chiama e io non posso fare a meno di ascoltare quel verso. Rumore mescolato a musica. Le voci degli sconosciuti e quelle delle persone di cui ormai non posso piu' fare a meno.
Aspettami, sto arrivando.
ag
sabato, 28 luglio 2007

Nostalgia di scrivere

"Scrivo perche' non sono mai riuscito ad essere felice. Scrivo per essere felice".
Orhan Pamuk


Mettere nero su bianco le idee. Sdoganare le memorie tribolate. Tessere i pensieri dopo aver districato i fili annodati.
E' l'urgenza di scrivere. Un bisogno naturale e incontenibile che si lega senza soluzione di continuita' con gli stati d'animo. Per Grossman, il dolore e' la scintilla che brucia dentro e porta a consumare la pagina. La scrittura che scioglie il groppo delle lacrime.

Per me e' la nostalgia il motore di tutto. Nostalgia di cose passate o lontane, ma anche di quello che sento talmente vicino da temerne il distacco nell'istante in cui lo stringo. Parlo di istanti felici, di risate, di tramonti, di lacrime e di persone. Quando vorresti fermare il tempo e preghi che l'universo si congeli per l'eternita'.
Scrivo perche' scopro quel languore dentro.
Scrivo perche' cerco l'ordine nel disordine.
Scrivo perche' mi fa sentire viva.
Scrivo perche' e' il solo modo che conosco per conoscere me stessa e realizzare la gioia e il dolore.

In questi ultimi tempi allontano la scrittura. Non me la sento. Sono svogliata, o forse semplicemente in attesa di una nuova nostalgia.
Non ho ancora la forza per allontanarmi da qualcosa che proprio non ce la faccio a lasciare. Ma la vita a volte va da se' ed e' meglio lasciarsi andare, non tentare di risalire controcorrente. Non stavolta.
Questa volta restero' a guardare. Quasi anneghero' nella nostalgia quando l'attimo sara' passato. Ma solo allora ricomincero' a provare il dolore disordinato e nostalgico. Solo allora, scrivere tornera' a essere urgenza e necessita'.

ag

postato da: stellabianca78 alle ore 23:58 | link | commenti (3)
categorie: qualcosa di personale
sabato, 09 giugno 2007

Il disordine

"In ogni caos c'è un cosmo, in ogni disordine un ordine segreto"
(Carl Gustav Jung)

Vorrei che questa frase fosse vera.
Non vedere piu' questo caos come un nosense, farne tesoro, trasformarlo in un universo di vita dove regna un ordine ignoto ma rassicurante.
ag
postato da: stellabianca78 alle ore 01:01 | link | commenti (2)
categorie: qualcosa di personale
lunedì, 14 maggio 2007

La quiete o la tempesta?!

Il jazz riempiva l'aria tiepida tipica dell'estate romana. Ricordavo quella sensazione, ma non l'avevo piu' presente. Piano piano sento rifluire dentro certe sensazioni passate, che pero' ora si mescolano senza sosta con quelle di un'altra vita. Non scrivo piu', non ci riesco. Non riesco a mettere in ordine i pensieri, le emozioni sono troppe e troppo violente. Ogni volta che mi metto davanti a questo foglio bianco non trovo le parole per iniziare. Chiunque abbia dimestichezza con la penna o la tastiera di un computer sa che la cosa piu' difficile e'  trovare un attacco efficace, ossia la notizia piu' importante o il sentimento dominante in quel momento, quello principale, da cui tutto discende e a cui tutto si lega come in una catena naturale. Le prime sillabe sono le piu' ostili e pero' anche le piu' spontanee quando ci sono. Dopo averle messe nere su bianco il mondo ci appare cosi' semplice da interpretare... Ma io ora non le trovo, quelle parole si sono perse tra qui e New York. E io non so se sono serena o agitata, se sono felice o sto morendo di nostalgia. Non lo so, devo scoprirlo lentamente e questa volta ho dediso di darmi tanto tempo per capirlo. Non c'e' fretta. Tutto ai miei tempi, per una volta, una sola volta, voglio essere pigra...

Mentre la musica riempiva l'aria umida della mia citta', io mi proiettavo in continuazione in un'altra esistenza. Il jazz sembrava uscire dalla tromba di un suonatore nero di New Orleans e io rivedevo le case devastate e la gente disperata immortalate nelle foto di Mich. Poi mi tornava i mente il saxofonista di Central Park, sempre vicino al laghetto minore, con la neve o con il sole. E quel concerto di pianoforte, proprio vicino al campus della Columbia University. Era una nostalgia molle e familiare. A tratti punge dentro, in altri momenti e' cosi' dolce. Io mi lascio cullare dalla nostalgia e intanto curo le ferite al sole.

Intanto aspetto e mi chiedo se questa sia davvero la quiete dopo la tempesta o, al contrario, se la tempesta sia appena iniziata....
ag

Chi sono

Blogger: stellabianca78
Viaggiatrice irrequieta e giornalista. Mi piace raccontare delle cose e delle persone. Per farlo mi affido alle mie sensazioni. I cinque sensi: odori, sapori, rumori e armonie, superfici e sguardi. Roma e New York. La mia vita si svolge a queste latitudini, tra crisi da jet leg e sbalzi di "temperatura"...

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