Prepararmi al Kenya. Prima cosa: lavorare sullo spirito con cui affrontare questo viaggio. Secondo: trovare idee ed energie affinche' del viaggio restino tracce utili. Ultimo: fare la valigia per un paese africano dove fa freddo. Ricordo che Nairobi e' a oltre 2000 metri.
Prendere possesso di casa MIA. Le pareti le ho dipinte. Crema e celestino. La cucina e' pronta. Ho comprato anche la mia prima batteria di pentole. Qualcuno mi ha regalato le tazzine di ceramica con i girasoli e quelle a stelle e strisce per non dimenticare l'America. Il lettone blu e' in arrivo. Sul terrazzino girasoli, gerani, margheritone gialle e ortensie. Un tavolo per mangiare nelle serate estive e tante candele alla vaniglia.
Tornare a scrivere.
Ricominciare a uscire la sera dopo un inverno infinito. Abbronzarmi un po' per mitigare il pallore cinese del viso.
ag
P.S. Tornare a sorridere
SAN PIETROBURGO
27 dicembre 2007
Qui non sorge mai il sole. Alle 9 è ancora notte e verso le 11 la luce è appena più alta. Quando sono arrivata ho pensato di soffocare, schiacciata dalle nuvole compatte, dal cielo plumbeo, dal peso interiore della tristezza atavica che a volte mi pare di avere dentro da sempre.
E poi il fango che ingrigisce tutto, lo smog che copre come melma le cose e le persone. Poche luci, quelle del Natale, che quest'anno non ho vissuto. Se non ci fossero neanche quelle lampadine fuori contesto, le strade sarebbero vicoli e anche i viali, la larghissima Nievsky Proskpet, sembrerebbero tunnel.
Le persone qui corrono, poi, nel momento di agire sono lente. Seguono un ritmo sincopato fatto di piccole cose in una grande prospettiva che immaginano ancora comune. Ma è illusione. Qui il capitalismo sfrenato, il peggio dell'America ha già contaminato tutto. Il "nemico" è in casa loro.


Ne hanno recepito la parte più impermeabile alla cultura, quella che riempie i canali di San Pietroburgo di bottiglie della Coca Cola e cartoni porta patatine di Mac Donald.
Poi entri nell'Hermitage e trovi solo signorotte-matrioska dal volto triste. Gli occhi ravvicinati, le bocche strette, il nasino invisibile. Sono vestite come da manuale della buona impiegata sovietica. Un po' civette, un po' matrone. Due per ogni sala, moltiplicato per l'immensità del palazzo d'inverno. 
Sulla piazza antistante, il monumento alla gloria di Alessandro è assediato dalla giostre chiassose e dai ragazzi che pattinano sul ghiaccio come a Rockfeller Plaza. Corto circuito della mente. Nella taverna da cui partì Puskin per il duello che gli fu fatale, il pianista accenna New York, New York. Mi sento morire. Vorrei poterci tornare. Ma è passato. E indietro, lo giuro, non ci torno. Eppure mi manca la sua languida spavalderia, la sua solitudine affollata. Le cerco in ogni luogo che attraverso.
ag
ROMA-SAN PIETROBURGO
24 dicembre 2007
Il cielo è sereno quassù. Lo è sempre a quest'altezza. Sotto uno strato fitto fitto di nuvole che iniziano a tingersi di rosa e blu. Sul finestrino si sono incollate piccole stelle di ghiaccio a ricordarmi che oggi è la vigilia del Natale.

Anche quest'anno la passo lontano da Roma ma più ad est dello scorso anno. Dalla parte opposta a New York che così sembra allontanarsi ulteriormente. Ieri la mia città adottiva si è avvicinata pericolosamente e io me ne sono disfatta. Almeno ci provo. "Tre camere a Manhattan" andrà lontano. Volerà via presto, assieme alle parole scarabocchiate nella prima pagina. Ancora una volta quella città mi ha scavato dentro, con i suoi occhi che investono e mi lasciano allo stesso tempo forte e debole. Senza energie. Io la lascio fare.
E' un termometro delle mie emozioni. Compare, mi buca l'anima che per mesi ho tentato di plastificare e poi svanisce. Non è mai un addio. C'è sempre. Come un'ossessione mi ritorna in mente e quando inizio a dimenticare mi sorprende con i suoi agguati sinceri che mi stravolgono di gioia per lasciarmi nell'infelicità.
Ma io da te non posso tornare. Posso solo aspettare. Sei tu che decidi tutto. Quando ti spieghi, quando mi accendi, quando mi accogli o mi respingi.
Tra pochi minuti atterro in un posto sconosciuto cui mi adatterò presto. Docile e sola, getterò la giacca su un altro divano.
ag
Ho dovuto aspettare di essere di nuovo nella pancia di un aereo per trovare l’ispirazione e il tempo di scrivere. Non riesco a chiudere occhio nonostante la stanchezza. Sento una morsa allo stomaco e ho la bocca secca. Mi sembra di tornare a casa e comincia a diventare patologico. Un anno fa lo stesso percorso, piu’ o meno negli stessi giorni. Alla ricerca di un isola tranquilla che trovo solo a Manhattan. Gia’ dalla dogana I miei cinque sensi si riattivano, tutti assieme. Pare un risveglio, che non so spiegarmi. Gli odori sopra a tutto. La moquette delle sale di attesa. Il caffe americano che sorseggiano i polizziotti di frontiera. Poi i rumori, le voci. I colori del padiglione dove ci ammassiamo da immigrati. Il contatto con i cartoncini per l’ingresso, uno blu, per tutti e quello verde per i non residenti senza visto. Sei mai stato nazista, terrorista, islamista, drogato, rapitore, ladro o comunista? Ho ancora timore a mettere tutte le crocette al posto giusto. Basta una stanghetta sbagliata e nella terra delle opportunita’ sei schedato come lier, bugiardo.
Ma la sorpresa oggi e’ un salto nel passato. Facendo le valigie ho buttato dentro il classico libro salva-tempo, la ciambella di salvataggio contro I vicini scocciatori e la noia delle ultime ore prima dell’atterraggio. Dentro ci ho trovato due lettere bellissime, datate alla fine di agosto 2005. Erano le parole di arrivederci per la mia partenza di due anni fa, quando in solitario me ne ero partita per l’America. La sera del mio arrivo a New York, prima di chiudere gli occhi me le ero finalmente concesse. Una dopo l’altra. E avevo pianto di felicita’. Di una mi colpisce l’affetto, la stima reciproca, la fiducia nei rapporti di due sorelle che non potranno mai essere divise da nessuna distanza. Dell’altra i pensieri sconnessi che pero’ formano un mosaico perfetto di amore, di cura, di ricordi e complicita’.
Quelle due lettere le avevo dimenticate nel libro dei gialli, forse volutamente perche’ a volte l’amore fa male e ci fa pensare troppo a cosec he prima o poi comunque dovremo lasciare. Piu’ ci si concede piu’ si perde. Ma se non si ama non resta nulla da perdere e nulla davivere. Quelle lettere sono riemerse e a distanza di due anni servono proprio a fare il bilancio delle perdite e dei ricavi. Le parole scritte, come sempre, sono la mia unica ancora alla realta’, mi chiariscono quello che resta latente in me, difficile da decodificare nel mio caos-pensiero.
Due anni dopo tutto e’ cambiato, tranne l’amore dei miei scrittori che non mi hanno mai perso di vista. Io sono sgusciata fuori tante volte dalle loro vite, in punta di piedi quando volevo fuggire, urlando quando giocavo con le mie emozioni positive, con gli amori nuovi, con la vita distratta e piena dei giorni spensierati.
Or ache sono di nuovo in viaggio verso una casa mi sento libera. Dalle paure, dai limiti che noi stessi ci mettiamo. Libera di andarmene e tornare con la certezza di non perdere nulla di cio’ che davvero mi sta a cuore.
ag