Mi hanno raccontato che le bandiere davanti alle Nazioni Unite sono disposte in ordine alfabetico.
Provero’ a fare lo stesso.
Ieri sera, festa nel village con un cocktail micidiale di gente, di sapori e profumi dal mondo.
Entro nella casetta arredata in stile minimalista newyorkese e vengo investita da un misto di parole, un esperanto corale.
Conosco per primo un violinista albanese che ha studiato a Firenze e ora fa il musicista freelance a New York.
Accanto a lui, un’algerina molto affascinante. Occhi grandi e scuri, capelli nocciola, fronte ampia e fisico affusolato. Una bellezza non scontata, misteriosa, d’altri tempi. Il suo modo di fare e’ opposto a quello dell’unico real American. Biondo, occhi di ghiaccio, sbraitava parole in slang e continuava a offrirmi drink. Abbiamo anche giocato a biliardo. “You’re my partner”. E infatti l’ho fatto perdere in tre mosse.
A che mi sono servite le serata al biliardo di Urbino se manco ho imparato a tirar di stecca?! Vabbe’, ma lui si diverte lo stesso e contina a sbraitare “great, great!”

Due
canadesi. Il primo ha vissuto per anni in Africa e poi si e’ trasferito qui ma continua a sognare i cieli infuocati e la savana. Il secondo lavora alle Nazioni Unite e nel tempo libero suona la chitarra in una band insieme a un mio amico bolognese. Il loro manager e’ un italiano di Pesaro. E… sorpresa delle sorprese, c’e’ anche un altro
pesarese! Le Marche mi perseguitano?! Non diro’ che sembrava di essere a Urbino, pero’ e’ veramente strano quanto sia piccolo questo mondo e soprattutto questa citta’.
Una francese de Paris che sprizzava francesitudine da tutte le lentigini. Non so, avete mai fatto caso che certe fisionomie sembrano portare il marchio delle origini? Lei era cosi’ simple e al tempo stesso naturelle, proprio come immagino le francesi quando le immagino…
A parte i due pesaresi, che forse andrebbero piazzati alla lettera P, oltre a me c’erano altri due italiani, anzi tre. Una veniva direttamente da Maputo, dove ha vissuto per anni. Chissa’ come ci si sente a spostarsi dal Mozambico alla East Coast Americana nel giro di 24 ore?!
E poi c’era un romano come me che lavora a UN e una che lavora a Beirut. Quante domande avrei voluto farle… Ma oggi la rincontrero’, quindi non ha scampo…
“I’m from Marocco”. Ricordo solo di aver pensato che non esistono marocchini cosi’ alti. E io che pensavo che fosse arrivato qui direttamente dalla Nba, dove era appena stato Giac! Invece no, era davvero marocchino e davvero cosi’ alto. Due metri? Si’, centimetro piu’, centimetro meno… Ne sono sicura perche’ per salutarlo mi sono arrampicata!
E infine, le due serbe. Non si conoscevano a Belgrado, nonostante vivessereo nello stesso quartiere ma si sono incontrate qui. Una lavora in banca, l’altra all’Onu.
Insomma, eravamo come le foglie d’autunno di Central Park. Tronchi pieni di nodi e addosso tutti i colori dell’arcobaleno.
ag