Sei quadri, un calendario e un poster. Sono i superstiti della casa urbinate. Solo qualche mese fa erano il triplo. Un anno fa, cinque volte tanto. Un tripudio di fotografie, lettere, bigliettini e talismani che avevo impiegato giorni ad appendere, disporre e raccogliere ogni volta che ne cadeva uno con un soffio di vento o la porta che sbatteva. Erano la mia corazza, un modo per ricreare casa. Come una lumaca che si porta dietro il guscio. Questa ero io.
Adesso i sopravvissuti mi sembrano un po’ miseri, ma sono efficaci e più che tenermi compagnia mi fanno riflettere e non mi lasciano dormire. Di tutti, tre fotografie e una miriade di scatti, che formano il collage di volti e panorami della cornice sopra al letto, sono made in Usa, compreso il calendario con le foto di New York in autunno e le frasi celebri di gente più innamorata o disgustata di me da quel posto. Una schiacciante prevalenza rispetto all’insieme, una pesante presa di coscienza, non proprio imprevista.
Fisso lo sguardo davanti a me, sulla sinistra, un po’ di sbieco quella foto. Le torri gemelle dall’altra parte del ponte di Brooklyn, con davanti, quasi fosse un presagio, la bandiera americana a mezz’asta. Era il 2000, o forse prima, non ricordo. Sopra, in un angolo un'altra panoramica. La statua della libertà in primo piano, ma dietro uno skyline irriconoscibile, uguale a quello di tante altre città nel mondo. Le torri non ci sono più. Laggiù molte cose non sono più le stesse. La gente è cambiata, ma solo in parte. A Manhattan esiste una voragine che ora si contendono a suon di miliardi di dollari, ma che non tornerà mai a riempire quel cratere. A Brooklyn, quella voragine si sta invece chiudendo. Un tempo reietta e dimenticata, ci si metteva piede solo per qualche scatto eccezionale delle Torri, ora ci si viene a vivere, a passeggiare la domenica, a mangiare il brunch con il fidanzato bohemiene.
La mia mente si perde tra passato e presente, realtà e sogno. Mi pare di sentire la brezza, di sentire il vocio della gente in quella sera di primavera. Quanto tempo fa era? Tanto, poco, adesso sembra distante anni luce, ma era solo qualche settimana fa. Quindici giorni? Sì, sì, deve essere più o meno così. Un loft tutto in legno, sguarnito ma accogliente. Fuori un giardino. Tante lingue, ma soprattutto spagnolo, quello del Sud America. Cileni, argentini, colombiani, qualche brasiliano e pochi americani, forse una sola, la biondina di Boston e due italiani, tra cui la sottoscritta. Una babele. Mi confondo, si ride, si discute, si beve e si mangia con le mani, seduti sul prato intorno al fuoco. Un ghost story teller si siede proprio accanto a noi e comincia a raccontare. La notte avvolge e sfuoca, dietro le fiamme che crepitano, volti e parole. Ha una voce profonda, tutti tacciono e ascoltano i suoi racconti di paura. Sembriamo mandriani assisi intorno al sacro fuoco della natura che scalda le giovenche, un immagine da lontano west. E invece siamo al “centro”, nella capitale mondiale del divertimento e del mercato. Ma questo è “local”, è il dettaglio che in questo posto dispersivo ti balza sotto gli occhi quando meno te lo aspetti.
Io mi alzo e vado a ballare sotto le stelle, da sola, gli altri ballano scalzi nel salone aperto. Qualcuno mi raggiunge e sembra un sogno. Mi sento leggera, sazia di emozioni, molle e spensierata. Osservo non osservata e mi accorgo che noi italiani siamo guardati con simpatia per i nostri modi stravaganti e amichevoli, ma anche con rispetto per la nostra storia e cultura (con qualche eccezione per il recente corso politico e le derive sociali…). Vengo trascinata mentre ancora volteggio tra una canzone strappalacrime dei latini e una ballata americana. Mi infilo nella metro vicino a Park Slope. I treni sono pieni di persone di ogni genere. Continuo a pensare che non prendere la metro in questa città significhi non mordere la famosa big apple, non gustarne la linfa.
Rapper, signore di mezza età che vanno sulla Broadway a vendere l’ultimo amore che gli è rimasto, ebrei e musulmani. Io mi accoccolo sul sedile e confabulo con il mio accompagnatore, qualche sedile più in là la biondina con il colombiano si abbracciano. Durante il tragitto cambiano i volti, lo slang, l’abbigliamento e gli odori, soprattutto gli odori. Da Brooklyn al Lower East Side, poi su, su verso l’Upper West Side. Scendiamo in cima a Manhattan, intorno il campus della Columbia University. Mi inchino a tanta magnificenza, davanti al prodigio della cultura organizzata. E’ questo il mio tempio, così come il collage delle fotografie sopra il letto è il mio idolo. Mi manca quella notte, gli odori confusi che ormai distinguevo, il caffé stantio nel negozio dei pachistani aperti 24 ore su 24, sette giorni su sette, e quello del vicino di appartamento che cucinava solo con il curry.
ag