Riempire i media italiani di spunti e pezzi made in Usa. Il dibattito è urgente. Ogni giorno sui maggiori organi di informazione del nostro Paese, vengono riversati articoli scopiazzati, ovvero tradotti e riportati fedelmente, da quotidiani, televisioni e perfino radio per lo più statunitensi.
1) The New York Times: è la fonte privilegiata dalle redazioni italiane e dai corrispondenti, che spesso si limitano a fare la rassegna stampa e evitano di mttere il naso fuori dagli uffici di corrispondenza per trovare le storie. I lettori non sentiranno mai la puzza del mercato, non vedranno mai la folla che cammina per le strade, non sapranno mai come la pensano le persone di quel paese.
2) Le traduzioni non possono, per un evidente ragione linguistica, rendere il senso di quello che viene pubblicato all'estero. O almeno non fino in fondo. Ci sono una serie di formule linguistiche intraducibili che appartengono in via esclusiva a certe realtà.
3) Il sistema mediatico si autoalimenta a tal punto da rischiare la sterilità e distanziarsi dal pubblico dei lettori nazionale.
4) Dal mondo dei media esteri spesso si traggono solo le storie più leggere, dando un'immagine parziale degli "altri" e fossilizzando certe credenze diffuse in Italia.
5) Omologazione culturale: come per il cinema, la globalizzazione forzosa di certi prodotti (informazione, gusti, mode, ecc.) comporta l'appiattimento delle culture sul modello anglo-americano.
Senza contare che tutto questo è riduttivo. L'immagine che passa degli Usa e di molti altri paesi è semplificata e ridotta ai minimi termini. Così, New York è sempre la città pericolosa, che lancia ogni giorno nuove mode da ricconi come il book fotografico dei cani a 850 dollari o la modella in carne sui cartelloni a Times Square, Londra è ancora quella degli English gentlemen e del gossip regale, e così via con gli stereotipi.
Come disse il saggio MTL: "Meditate gente, meditate" 
ag
