Un lunghissimo saluto, che dura da tutta una vita. La mia. Solo 26 anni e già ho salutato il continente americano una quindicina di volte. Sento rinnovata ancora una volta la felicità e il dolore di allontanarmi da quella terra, che mi lascia divisa, critica, eppure orgogliosa di sentirmi parte del suo spirito e di condividerne alcuni degli slanci. Non tutti certo, ma gran parte.
Amo l'organizzazione dei nordamericani, ma ne biasimo la rigidità mentale che porta il sistema al collasso non appena, come in un mosaico, si sottrae un tassello. Amo l'accoglienza dei sudamericani, ma mi intrstisco per lo sfruttamento di uomini e bambini nati da quelle parti. Amo il trambusto vivace di New York, ma mi spaventa il suo individualismo. Adoro svegliarmi con il profumo dei pancakes fatti in casa e allo stesso tempo mantengo l'abitudine al caffè "solo", come lo chiamano le cameriere messicane di Starbucks, rigorosamente Italian style.
Forse ho capito. Mi manca l'ibridazione, il metissage..., quel miscuglio di volti, parole, sapori e odori che solo in quel continente ho respirato. Con avidità.
Ora sono a "casa", se questa è ancora casa mia e se mai ne ho avuta una sola..., eppure sento che una parte della mia dimora interiore è rimasta Oltreoceano. Chissà quando la recupererò..., eppure so che prima o poi tornerò indietro a riprendere i "miei fagotti voluminosi".
Le persone che mi hanno accolto, cui mi sono affezionata, che hanno condiviso con me momenti difficili, scelte ardue, crolli ed esaltazioni. Era bello andare a lavorare, era bello tornare a casa la sera, ebbra di stanchezza ma felice. La musica che mi ha accompagnato, da ascoltare e da cantare. Un motivetto che ricorreva, qualcuno lo cantava... Era un messaggio, uno scambio muto fatto di note che solo io coglievo.
I luoghi dove ho camminato, sola o in compagnia, all'alba, con le cuffie alle orecchie o al tramonto. I cieli d'America, come dimenticarne il fascino. Le gradazioni, dal turchese al rosso smeraldo. Il freddo tagliente tra i grattacieli. Forme geometriche di vetro e cemento, freddi, le luci, sovrabbondanti e caldissime.
Tornerò a ripetere gli stessi gesti. Precipitarmi giù nei tunnel della metro, aprire il giornale, alzare gli occhi e scrutare i miei vicini di posto sul treno. La spesa negli immensi non-luoghi del consumismo, lo sguardo che corre lontano dalla terrazza e arriva oltre il fiume, nei quartieri dormitorio di New York.
Adesso la mia vita è cambiata nuovamente e ne sono felice. Ho ritrovato le persone che avevo lasciato "indietro". Il contatto non si è mai interrotto, ma la conferma l'ho avuta al mio rientro. E spero l'abbiano avuta anche loro, nonostante le parole e la paura di perdersi nuovamente.
ag
