Una gita notturna a Long Island con la barchetta di Jerry, un riccone che si diletta a dare lezioni di chitarra quando scende sulla terra ferma. Prelevata alla stazione vengo portata a questo appuntamento al buio nel Bronx, infilata dai miei ex-coinquilini nella stiva e scaricata su un pontile. Nutrita, rifocillata e ingrassata, si inizia l'attraversamento al contrario, in una gelida e stellata notte newyorkese. Una bella serata, resa piu' "brillante" da un bicchiere di vino e tanta stanchezza. Sulla via di casa la conversazione si fa interessante: democratici versus repubblicani, pro-Bush contro detrattori di Mr President, europei inconciliabili con la mentalita' americana e viceversa. Parlo, gesticolo, mi surriscaldo in una lotta all'ultima ragione... Quell'ultima speranza che e' rimasta a questo Paese di non ripiegarsi irrimediabilmente su se stesso e appassire tristemente. Si', perche' il senso di esaurimento dell'"Occidente" qui e' ancora piu' forte che in Europa. Si percepisce il presentimento nefasto del declino, quello che spinge i tiranni a stringere ancora di piu' il nodo intorno alla gola dei sottoposti in un ultimo tentativo di mantenere il controllo. Ma la situazione qui e' gia' in caduta libera, lo ha dimostrato la catastrofe di Katrina, la crescita del prezzo del petrolio, la mancanza di energia in uno stato, il Texas, che ne produce in quantita'. Eppure c'e' ancora chi, medico benestante o politicante in carriera, sostiene fiducioso i teocon. Intanto la gente perde il lavoro e i neri d'America muoiono annegati nelle acque torbide della Luisiana e nei ghetti.
"George, come George W., ma vengo dal Ghana e di cognome faccio Gambu. Abito nel Bronx e da oltre 10 anni, da quando sono arrivato qui clandestino, non mi sono mai fermato. Questa non e' casa mia, ma sono costretto a starci perche' nel mio Paese le cose vanno malissimo, pero' non ho una vita, gli affetti intendo... Mi manca qualcuno con cui parlare, solo lavoro, il questo Paese tutti vanno a testa bassa e lavorano 20 ore al giorno". E' George l'emblema del cittadino americano medio e non il medico ricco con la casa a quattro piani che si pensa un benefattore perche' va a messa la domenica e fa la raccolta differenziata nel vialetto. Ma George, quel George che oggi ha nominato una sconosciuta conservatrice alla Corte Suprema degli Stati Uniti e che si dondola sulla sedia durante il briefing della Fema sugli uragani, quel George non lo sa e continua a giocare a golf e a spostarsi con una formazione di Suv e aerei.
Intanto, tra una riflessione e l'altra io sono di nuovo in movimento. Cambio casa (ormai ogni trenta giorni). Rimpacchetto tutti i miei averi con la maetria dell'abitudine, mi carico il tutto da ernia complex e mi rimetto sul treno dove ogni americano che si rispetti mi chiede se voglio una mano, sorrido e accetto come non farei mai in Italia. Esco dalla stazione, taxi e nuova casa appena dietro Times Square. Nuovo letto, nuove abitudini, compagni di casa, cibo, ecc. Persino cambiare asciugamani e odori sembra ormai facile, anche per una come la sottoscritta, un tempo rigida e impostata. Niente piu'... La vita ora e' un turbine di novita'. Il risvolto della mdaglia?! Vietatio affezionarsi, vietato fermarsi a riflettere su quello che si sta sacrificando, vietato lasciare troppo alle emozioni. Mi diverto, osservo, registro, divoro tutto avidamente, con curiosita' e meraviglia, poi tutto scorre e domani chissa' cosa c'e' all'uscita della metro o all'angolo rimasto inesplorato dietro al nuovo appartamento newyorkese... Un po' clandestina, un po' turista cammino per le strade americane con fierezza e disinvoltura, verso un futuro ancora sconosciuto.
ag
