Oriana Fallaci. Una donna piena di rabbia e di dolore represso dietro la maschera della conversazione veemente, del giudizio gratuito al vetriolo che non aggiunge conoscenza ma fa crescere l'indifferenza alle ragioni e alla storia altrui.
"Sono una storica!", "Il giornalista è uno storico!" Urla in un'intervista rilasciata molti anni fa a Sixty minutes. La storia dunque non esiste: "Come facciamo a sapere che sono vere le cose scritte 300 o 400 anni prima?"
Con una frase si cancella la storia, si fa piazza pulita della memoria.
E' una donna carismatica Oriana, ma anche molto sola. La sua vita è al limite dell'isolamento. Lei e la sua penna, il suo sorriso che negli anni diventa una smorfia triste. Amata e odiata dal mondo. Sull'Apollo 12 sbarca sulla luna, poi si butta nel fango in plaza de las Tres Culturas nel tragico '68 messicano.
In Vietnam è ritratta mentre fugge sotto le bombe, un elmetto le copre metà volto, il suo volto affilato. Poi l'Oriana innamorata di un rivoluzionario greco che morirà lasciandole un altro vuoto dentro. La sua rabbia che cresce, il dolore che le indurisce e pietrifica la coscienza.
Fino all'11 settembre. Oriana chiusa ormai da anni nel suo palazzo di cristallo, incapace di raporti umani, pubblica il suo pamphlet di invettive antislamiche intercettando i sentimenti primordiali di chi la pensa come lei e l'avversione definitiva di chi non si lascia trascinare da facili giudizi e semplificazioni.
Probabilmente la sua figura continuerà a dividere, soprattutto dopo la sua scomparsa. Molti ne faranno un'eroina del giornalismo e questo farà dimenticare che lei non si è mai considerata "una giornalista", ha sempre voluto eccedere, primeggiare sulle persone più che ascoltarne le ragioni e descriverne le storie. L'unica storia che ha raccontato con passione è stata la sua, tragica e clownesca al limite del paradossale.
ag
