Il jazz riempiva l'aria tiepida tipica dell'estate romana. Ricordavo quella sensazione, ma non l'avevo piu' presente. Piano piano sento rifluire dentro certe sensazioni passate, che pero' ora si mescolano senza sosta con quelle di un'altra vita. Non scrivo piu', non ci riesco. Non riesco a mettere in ordine i pensieri, le emozioni sono troppe e troppo violente. Ogni volta che mi metto davanti a questo foglio bianco non trovo le parole per iniziare. Chiunque abbia dimestichezza con la penna o la tastiera di un computer sa che la cosa piu' difficile e' trovare un attacco efficace, ossia la notizia piu' importante o il sentimento dominante in quel momento, quello principale, da cui tutto discende e a cui tutto si lega come in una catena naturale. Le prime sillabe sono le piu' ostili e pero' anche le piu' spontanee quando ci sono. Dopo averle messe nere su bianco il mondo ci appare cosi' semplice da interpretare... Ma io ora non le trovo, quelle parole si sono perse tra qui e New York. E io non so se sono serena o agitata, se sono felice o sto morendo di nostalgia. Non lo so, devo scoprirlo lentamente e questa volta ho dediso di darmi tanto tempo per capirlo. Non c'e' fretta. Tutto ai miei tempi, per una volta, una sola volta, voglio essere pigra...
Mentre la musica riempiva l'aria umida della mia citta', io mi proiettavo in continuazione in un'altra esistenza. Il jazz sembrava uscire dalla tromba di un suonatore nero di New Orleans e io rivedevo le case devastate e la gente disperata immortalate nelle foto di Mich. Poi mi tornava i mente il saxofonista di Central Park, sempre vicino al laghetto minore, con la neve o con il sole. E quel concerto di pianoforte, proprio vicino al campus della Columbia University. Era una nostalgia molle e familiare. A tratti punge dentro, in altri momenti e' cosi' dolce. Io mi lascio cullare dalla nostalgia e intanto curo le ferite al sole.
Intanto aspetto e mi chiedo se questa sia davvero la quiete dopo la tempesta o, al contrario, se la tempesta sia appena iniziata....
ag