Vivo a Brooklyn.
Lavoro a Manhattan.
Sembro una newyorkese doc.
Sono italiana.
Vivo con due sudamericani.
Parlo spagnolo a casa.
Italiano a lavoro.
Inglese a lavoro e in strada.
Mangio italiano da Paprika, lo Gnocco, Tarallucci e vino.
Cubano da Fiesta.
Sushi ai mille sushi bar sparsi nel village.
Arabo al Cafe' Mogador e Mustache.
Pastrami ebraico da Katz Delicatessen.
Confusione di sapori, odori, idee e umori.
Intanto e' passato in citta' un alieno. Ventiquattro ore di "passione". Abbiamo attraversato Manhattan in lungo e largo.
Midtown. Il bagno di folla di Times Square. io ci ho fatto l'abitudine, e talvolta mi manca quella confusione. Una nebulosa di gente e colori che si mescola come in un dipinto impressionista con la pioggia. Colori liquidi, forme indistinte. Un puzzle montato a forza. Armonia illusoria.
Chelsea. Decadenza e sporcizia. Locali ebraici e palazzine basse di mattoni rossi e crema. Le scalette antincendio in ferro. Le finestre con i vetri anneriti dalla polvere e il grasso delle cucine.
Greenwich Village. Vialetti signorili e vetrine stipate di attrezzi sadomaso. Una volta questo era il regno dell'eccentrico. Ora e' la zona degli alternativi che si possono pagare affitti da dirigenti. Ognuno ha il suo cagnolino con la mantella firmata. Si comprano nelle boutique di Soho. 80 dollari per 50 centimetri di lana. Ai bordi della strada un barbone. Questa e' la sua casa.
Noi passiamo. La bambina. L'alieno. Il viaggiatore che non vuol partire. La sua voce narrante e' musica. Le curiosita' dell'alieno uno spasso. La valigia trascinata, un romantico rumore. Siamo nomadi.
Tribeca. Attraversiamo Canal Street. Il feudo dei cinesi. Indisposti verso qualsiasi cedimento o integrazione. Mangiano solo il loro cibo. Parlano solo cinese. Contano solo a modo loro. La strada scivola via veloce, mentre io e l'alieno ci raccontiamo gli ultimi mesi e anche quelli prima. Arriviamo a Tribeca. Ci affacciamo dal venticinquesimo piano e il mostro respira con noi l'aria gelida di questa domenica americana. Vertigini. E' l'altezza. E' la paura. E' bellezza e orrore.
Lower East Village. Attracchiamo qui. In un bugigattolo sozzo e famoso. Mangiamo con le mani. Mani unte. Felici e increduli. Siamo qui, come un anno fa eravamo altrove. In un posto che ora sembra remoto nel tempo e nello spazio.
East Village. Risaliamo la lingua di terra. Ci arrampichiamo sulla cartina come fosse una montagna piena di corde colorate. Sono le mille linee della metropolitana che solca la citta'. Sono il simbolo della democrazia di questa citta'. Aveva ragione "il viaggiatore". Chiunque puo' andare ovunque in questo scacchiere di etnie. 
Nell'unico angolo in cui la Broodway sterza pericolosamente e tradisce l'ordine geometrico delle avenue, cediamo alla fatica. Un salto in metropolitana e siamo di nuovo alle pendici di Central Park ormai vestito d'inverno. Ma appena sei ore dopo scendiamo di nuovo in strada. L'aria e' gelida e il vento tagliente. Piccoli fiocchi di neve sparsi...
Financial District. Tutto blindato dopo che e' stata inferta la ferita. Wall Street come Guantanamo. I colletti bianchi della finanza mondiale come detenuti. In mezzo il buco. Una voragine spaventosa ripiena di ferro e cemento ripuliti. Stanno ricostruendo sulle ceneri.
E' ora di separarci. L'alieno scompare nella hall di un albergo lussuoso. Non lo avrebbe creduto nessuno. Ma lui e' passato di qui. Nella citta'-lunapark, tra sogni e deliri.
ag
