ARIA DI CASA Quadri alle pareti, tavoli di legno, la cucina piena di mestoli e i magneti sul frigorifero. Le tende della doccia con le rane e le libellule. Foto di famiglia e armadi con il cambio di stagione. Mi mancava le sensazione di casa. Ma ho quantificato quella mancanza solo dopo essere entrata in quella casetta con il pane nel forno e la tavola apparecchiata.
DELUSIONE Perche' non appena pensi di poterti fidare di qualcuno, quello fa la cosa piu' sbagliata che potesse fare pur di convincerti del contrario? Gente di New York. Pazza, sbandata, schizofrenica. Una ciurma di naviganti con le emozioni ammutinate.
DISTACCO E alla fine arriva lui. Mi ha messo una mano sulla spalla e mi accompagna altrove. Attraversiamo la zona d'ombra del parco e scivoliamo via leggeri, lontani dal buio. Ma e' solo la fine della galleria. L'uscita e' ancora distante. Ora il sole tra gli alberi che filtra. Forse sono fuori. Mi ci hanno cacciato a forza. E a forza di spinte e' arrivato lui, il distacco. E' come curarsi da un virus con cui si e' combattuto per anni solo per capire di cosa si trattasse.
ag
L'altalena dei sentimenti. Ogni volta New York manda in tilt il mio sistema nervoso. Mi rende incapace di controllare le mie reazioni. Come per l'Empire State Building che ogni notte cambia colore, cosi' la mia visione della vita in questo angolo d'America.
La vita in rosso. Il rosso-arancio dei tramonti newyorkesi. Il rosso di un divano. Il rosso della passione. Il rosso che colora le guance della gente per il vento gelido che ti impedisce perfino di camminare.
La vita in blu. L'azzurro del cielo sereno e tagliente. Le vetrate dei grattacieli che si riflettono l'uno nell'altro. Il blu gelido e inespressivo degli occhi americani e quello ceruleo e disilluso dei poveri senza tetto e senza speranza. Il blu scurissimo delle nottate passate a camminare su e giu' per le Avenue e le Street, tra una chiacchiera e un sospiro. La notte scura che rassicura e spaventa.
La vita in rosa. Le serate tra donne, io Carrie e tu Charlotte. Si cammina per le strade di Manhattan a notte fonda, quando il resto del mondo dorme e New York e' febbricitante e scintilla di luci al neon e paiettes.
La vita in grigio. La solitudine, l'abrutimento della poverta' e dell'indifferenza. Il grigio delle mattine cariche di nubi e dell'umore che non vuole proprio saperne di risalire, che ti lascia in sospeso e senza fiato, che non diventa ne' nero, ne' bianco.
Come potro' dimenticare tutto questo e tornare indietro? Come si fa a rinunciare all'altalena se ci si e' appena saliti? Come una bambina faccio i capricci e piango e tiro calci a chi tenta di portarmi via. Poi mi distraggo e la mia attenzione e' attirata da qualcos altro. Mollo tutto e vado via. Comincio a desiderare di essere altrove, di essere a casa. E' li' che dovrei essere in questi giorni.
Dovrei essere accanto al mio piccolo cronista in erba che ha appena iniziato a realizzare i suoi sogni. Dovrei tenere la mano a chi mi ha fatto soffrire e ridere e che tra poche ore dovra' passare il "nostro" esame per primo. Vorrei cenare con la mia Frodina dagli occhi blu che passa le notti in bianco con miagolino a studiare l'etica. E poi vorrei saltare al collo del mio Moricons e discutere per una notte intera con Tot e andare a zonzo con il mio alieno stralunato, magari per Roma e prendere i cornetti di notte e parlare di tutto e di niente con Ila finche' non arriva l'alba.
Mia sorella che e' sparita sotto i libri e deve interpretare il ruolo di due figlie per i nostri genitori... Vorrei trovarla domani mattina in cucina che guarda un telefilm americano sdraiata sul tavolo, mentre sorseggia il suo cappuccino freddo, e la Puffa lo beve trattenendo il cucchiaino tra le dita. Ho bisogno di loro e sento che anche loro non hanno rinunciato a me. Soffro per la lontananza ma allo stesso tempo godo nell'attesa di rivederli. Loro e le mie sorelline sarde che si confidano con me tra una corsa e l'altra, tra il lavoro e la palestra.
Poi penso alla mia "famiglia" newyorkese. I loro cuori sono scolpiti nella pietra e le loro facce segnate dalla durezza della solitudine americana. Con loro non posso cedere, mi vogliono forte e un po' insensibile. Poi, quando meno me lo aspetto, loro appaiono.
E la vita, la vita e' di tutti i colori...
ag
New York-Miami 17 dicembre
Mi lascio alle spalle New York e il caos natalizio, le bellezze che fanno shopping sui tacchi a spillo, gli arechrishna con i loro campanellini che aggiungono rumore al rumore, i babbo Natale con le barbe posticce, le luci accecanti e gli sprechi.
Sbarco a Miami ed è quiete.
Mille stradoni che si incrociano come lingue di liquirizia. I latini che parlano solo spagnolo. Palme e lucine, qui il Natale è troicale e sottotono. L'aria è umida e la brezza solletica i sensi nella notte stellata. Pochi minuti per godere di questa sospensione temporale e New York sembra un altro continente. Il tassista parla in padua, il dialetto haitiano e a South Beach le cubane si agitano al ritmo della musica che trabocca dai locali in fila sul mare. Le bionde newyorkesi e i sikh che guidano spericolati sulla Broadway sono lontanissimi. Qui solo daiquiri e oyster bar. Mi addormento in un letto altissimo, a tre piazze, dal trentesimo piano si vedono solo grattcieli e palme e oceano.
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Miami, 18 dicembre
Camilo è disertore. Anzi no.
Camilo è un uomo che non vuole piu' andare in guerra.
Camilo ha il diritto di dire basta.
Camilo viene dal Costa Rica ma i suoi genitori sono nicaraguensi. Suo padre è un poeta che ha fatto la rivoluzione e si è compromesso insieme alla sua sposa, Marisa.
Marisa non ha mai accettato che Camilo andasse in guerra. Fiera e dolce lo ha accompagnato per mano, ma non gli ha mai risparmiato rimproveri e avvertimenti. "E' una guerra immorale, non andare in Iraq".
Camilo non ha ascoltatoe ha scelto. Ha deciso di arruolarsi nell'esercito degli Stati Uniti d'America, di combattere per la libertà, di uccidere per la democrazia.
Ma l'Iraq è sporco e le insegne democratiche sono macchiate del sangue americano e di quello iracheno.
Camilo vede cose inimmaginabili. Torture che li' chiamano confessioni. I prigionieri sono rifiuti. Chiusi in un sarcofago e assordati per ore da martellate assestate con tutta la forza sul metallo. Bendati, nudi, spaventati ed esausti. E' la nuova Auschwitz della Santa Alleanza d'Occidente.
Camilo è mite e dentro si sente morire. Le sue origini tradiscono la sua determinazione. Camilo torna a casa per una breve licenza e decide che non può piu' combattere, non può piu' uccidere.
Forse è morto dentro, ma trova il coraggio di combattere una nuova battaglia. E' il primo.
Camilo si consegna. Diventa il primo disertore pubblico della guerra irachena.
Condannato a dodici mesi di carcere, Camilo non si arrende, resta nell'esercito anche dopo la scarcerazione per buona condotta e aspetta l'appello.
E' sereno e triste. Ha trenta anni e ama sua figlia. Non si vergogna delle sue scelte e racconta le sue ragioni contro la guerra mentre gioca sulla spiaggia con Samantha che ha solo sei anni.
Samantha è bella. Samantha è fiera e vivace come la sua stirpe. Samantha è tutto per Camilo che non esce dal Paese per paura di perderla, che vive per lei e si batte perchè almeno la sua bambina non debba vedere gli orrori della guerra civile o globale.
Occhi scuri, portamento impeccabile, Samantha e Camilo guardano l'orizzonte al di là dell'Oceano dalla spiaggia bianca e assolata di Miami la "latinoamericana".

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Cleveland-New York 21 dicembre
L'attesa, poi il caos.
Ora è effetto notte.
Su un aereo tra l'Ohio e lo stato di New York, aspetto di ripiombare nel caos della mia città.
Quante volte in questi giorni ho pensato "voglio tornare a casa", e casa era New York. Lo dicevo senza pensarci, poi, un secondo dopo, realizzavo la differenza.
Casa è vicina, allora. Casa è qui sotto, la sorvolo mentre scrivo. La amo e lei sembra cosi' calda e accogliente. Forse è solo un'illusione, forse è un sentimento passeggero, ma ora che intravedo le sue luci nella nottescura, penso: "Finalmente a casa per il mio compleanno". Ma qui i giorni non finiscono mai e New york è la città che non dorme mai. Qui la stanchezza è consuetudine e il sonno cede il posto all'energia. A tenerti su è l'adrenalina di questa vta impossibile da desrivere.
ag
Fine d'anno fuggita via.
Mi resta in bocca il sapore dolceamaro del ricongiungimento. La mia famiglia è ripartita da pochi minuti. Sulla macchina scura di Marius, gli occhi umidi, un nodo alla gola, la pioggia che riga i finestrini. Li ho visti allontanarsi e scomparire dietro l'angolo.
New York è avvolta nella nebbia. Guardo fuori e i palazzi sono moncherini che si perdono in una coltre rossastra di umidità. Tutto è cosi' languido e soft. E' il primo giorno di questo nuovo anno. Mi fermo per la prima volta dopo settimane di corse e conversazioni, di regali, baci, abbracci e convivi. La musica di mia madre ancora nell'aria, la voce di mio padre che echeggia, gli sguardi vigili di mia sorella che mi legge dentro, che osserva e fa la sua diagnosi, che mi vede parlare con Mr.X e cerca di capire l'esatta dose di alchimie e veleni.
Ora sono sola in una stanza. La città non si ferma neanche oggi. Qui si corre sempre ma io ora voglio rallentare e dormire e ripulire e mettere ordine nelle cose e nelle idee.
Il Natale è stato un fulmine rosso, i giorni a seguire una corsa contro il tempo per far si' che tutto fosse perfetto. Visite, presentazioni, case, racconti. Ho cercato di far capire a chi vive oltreoceano la mia vita qui e a chi vive qui, la mia vita "all'origine". Difficile, a volte mi pare di vivere due esistenze parallele, ma poi gli altri mi aiutano. Si avvicinano, si sforzano di capire quello che ancora io non so. Chi sono e cosa voglio. Forse me lo ha detto mia sorella, passeggiando tra Times Square e Central Park. "Ti costerebbe tornare. Per quanto caotica, questa è una bella vita". Certo, lo è. Certo è che questo è quello che voglio ora. Certo è che la "nochevieja" come la chiamerebbe il mio amico Rodrigo è stata un viaggio di emozioni tra passato e presente, tra ricordi e futuri possibili. Che sono tanti e intricati e difficili da affrontare, ma bellissimi ed emozionanti. Ancora mia sorella... "Sono situazioni difficili, ma cosi' esaltanti che a ripensarci li rimpiangerai". Ancora una volta lei, cosi' eterea e "inesperta", a suo dire, ha ragione e mi legge dentro.
E' un viaggio verso mete incognite e forse è inutile stabilire un itinerario preciso. Basta progetti, basta delusioni.
ag
Mi pare di vivere giornate che non si chiudono. Quando vado a dormire, per voi che mi guardate da Est è quasi ora di infilare le pantofole e scendere dal letto. Vi avviate verso il bagno e la cucina. Vi vestite, chi in silenzio, chi a tempo di musica, e andate a lavoro, mentre io sogno di voi, di quel che fate, delle giornate trascorse assieme e di cosa fate ora. A stento riesco a raccontarvi di me. Qui proprio non c'è tempo e a volte mi pare di aver perso il controllo.
Il mio "solito Lao" dice che sembro molto vicina al mio cuore, forse lo sono, ma ancora rischio di cadere e farmi male, di sbagliare strada e perdermi. Quante volte ci perdiamo proprio nei pressi di casa. Siamo in un luogo familiare e ci distraiamo. Ci allontaniamo e ci sentiamo piu' persi che se fossimo a migliaia di chilometri da casa.
Ila mi racconta della sua casetta, Ale anche. Tot lo vedo sulla vespa che corre come Nanni verso il suo appartamento, il letto a sinistra dell'entrata, lo stanzino grande tra la camera e il bagno che mi ricorda le case di un tempo con le giacche e il cambio di stagione. Leo con la borsa a tracolla e la sciarpa sul cappotto abbottonato fino all'ultimo. Il giornale in mano e una canzoncina a fior di labbra screpolate. L'aieno con lo sguardo ancora stralunato dopo Lamerica e le sue camicette, la sciarpa di Benetton e gli occhiali appannati. Morris che litiga e batte i piedi, poi si veste a nuovo ed esce nella notte che gli appartiene, un po' "disco" e un po' nostalgy.
Vi vedo rincasare ogni notte, i miei piccoli cronisti. Felici, infelici, truccati e stanchi, con il sorriso spento e la testa sempre occupata. Io intanto cammino sotto la metro di NY, tra la folla impazzita e stanca.
Scendo a Brooklyn ed entro nella mia nuova casetta. Vi porto li' con me, ogni sera. Come voi tolgo la maschera e la lascio sul comodino.
E' notte e voi state per indossarla nuovamente.
ag