lunedì, 29 maggio 2006

Leaving Urbino

Ultime parole digitate su questa tastiera...

Punto e a capo.

ag

postato da: stellabianca78 alle ore 14:49 | link | commenti (1)
categorie: qualcosa di personale, il ducato
venerdì, 26 maggio 2006

E' quasi addio...

Ultimi momenti di un venerdì urbinate, l'ultimo dopo due anni.

Lunedì riapriremo la porta della redazione, ci alterneremo davanti alla commissione, come in un rito circolare che rievoca quello della selezione. Poi ci vestiremo per la serata estiva, ceneremo sul lungomare di Fano, balleremo fino allo stremo, tra una chiacchiera e un bicchiere di vino. Scenderà qualche lacrima, ne sono certa. Come sono certa che non potrei stare un giorno di più in questo posto, ma che mi mancheranno le persone, i luoghi e le parole "versate" giorno dopo giorno nel bicchiere comune della nostra esperienza unica e diversa per ognuno.

Ci richiuderemo la porta alle spalle con garbo e un altro capitolo delle nostre esistenze finirà archiviato nella memoria. Inizierà la nostra "adultezza", stavolta sì. Con l'orrore della scelta, un privilegio che ci è stato concesso, croce e delizia dei giovani fortunati. Le nostre vie si allontaneranno, correranno parallele, si incroceranno nuovamente e sarà bellissimo rivedere gli occhi che ogni mattina scurutavo epr capirne gli umori, senza bisogno di domandare nulla, che in questi casi l'essere giornalista si lascia da parte.

ag

postato da: stellabianca78 alle ore 11:48 | link | commenti
categorie: qualcosa di personale, il ducato
lunedì, 22 maggio 2006

L'ultima settimana

Stavolta è davvero il count down finale.

L'ultimo Ducato è uscito sabato, mentre noi ieffegini facevamo l'ultima escursione a Orvieto tra riappacificazioni e incontri con le nuove leve delle scuole di giornalismo.

Oggi, ultimo lunedì, per mesi giorno infausto di sveglia che pian piano si spostava sempre più tardi...

Ultimi servizi per la nostra tv locale, le risate per gli stand-up con la faccia in mezza ombra, i capelli arruffati e gli scoppi di risa. (Ma oggi le ho superate tutte con la mia performance in giacca e infradito!!!) Ultimo articolo del Ducato online che sarà presto in pagina e chiuderà in bellezza il biennio.

Strane sensazioni ci colgono impreparati. Un misto di sollievo e malinconia. Certo non saremmo potuti rimanere un giorno di più, eppure succede di incrociare sguardi e pensare che d'ora in poi saranno distanti. Occhi che abbiamo amato e allontanato, ma che ci restituivano ogni giorno gli umori di ciascuno, le paure e il nervosismo, le soddisfazioni e i traguardi raggiunti.

Due anni fa siamo entrati qui marciando, correndo, battendo i pugni. Ci hanno smontato, fatto a pezzi e ricostruito. Avevamo amori e sogni. Lavati via, coltivati, cancellati, moltiplicati. Certamente siamo cambiati, come quando metti nel frullatore tutti gli ingredienti e poi lo accendi. Il risultato è composto degli stessi elementi ma è tutto diverso: sapore, odore e aspetto. Questo è vero per l'insieme, ci siamo mescolati e scambiati di posto, urtati e accarezzati fino a mescolarci e a influenzare l'uno gli umori e i sapori dell'altro. Ma è ancor più vero per i singoli. Monadi impazzite, sole e insofferenti allo stesso tempo di stare assieme. Ognuno di noi è diverso rispetto al suo ingresso qui. Cresciuti e disillusi, ma anche più forti e - chissà se è bene o male - un po' più distaccati e consapevoli dei propri limiti e dei limiti di questo mestiere.

ag

postato da: stellabianca78 alle ore 16:50 | link | commenti
categorie: qualcosa di personale, il ducato
lunedì, 15 maggio 2006

Sogno di una notte di primavera

Sei quadri, un calendario e un poster. Sono i superstiti della casa urbinate. Solo qualche mese fa erano il triplo. Un anno fa, cinque volte tanto. Un tripudio di fotografie, lettere, bigliettini e talismani che avevo impiegato giorni ad appendere, disporre e raccogliere ogni volta che ne cadeva uno con un soffio di vento o la porta che sbatteva. Erano la mia corazza, un modo per ricreare casa. Come una lumaca che si porta dietro il guscio. Questa ero io.
 
Adesso i sopravvissuti mi sembrano un po’ miseri, ma sono efficaci e più che tenermi compagnia mi fanno riflettere e non mi lasciano dormire. Di tutti, tre fotografie e una miriade di scatti, che formano il collage di volti e panorami della cornice sopra al letto, sono made in Usa, compreso il calendario con le foto di New York in autunno e le frasi celebri di gente più innamorata o disgustata di me da quel posto. Una schiacciante prevalenza rispetto all’insieme, una pesante presa di coscienza, non proprio imprevista.
 
Fisso lo sguardo davanti a me, sulla sinistra, un po’ di sbieco quella foto. Le torri gemelle dall’altra parte del ponte di Brooklyn, con davanti, quasi fosse un presagio, la bandiera americana a mezz’asta. Era il 2000, o forse prima, non ricordo. Sopra, in un angolo un'altra panoramica. La statua della libertà in primo piano, ma dietro uno skyline irriconoscibile, uguale a quello di tante altre città nel mondo. Le torri non ci sono più. Laggiù molte cose non sono più le stesse. La gente è cambiata, ma solo in parte. A Manhattan esiste una voragine che ora si contendono a suon di miliardi di dollari, ma che non tornerà mai a riempire quel cratere. A Brooklyn, quella voragine si sta invece chiudendo. Un tempo reietta e dimenticata, ci si metteva piede solo per qualche scatto eccezionale delle Torri, ora ci si viene a vivere, a passeggiare la domenica, a mangiare il brunch con il fidanzato bohemiene.
 
La mia mente si perde tra passato e presente, realtà e sogno. Mi pare di sentire la brezza, di sentire il vocio della gente in quella sera di primavera. Quanto tempo fa era? Tanto, poco, adesso sembra distante anni luce, ma era solo qualche settimana fa. Quindici giorni? Sì, sì, deve essere più o meno così. Un loft tutto in legno, sguarnito ma accogliente. Fuori un giardino. Tante lingue, ma soprattutto spagnolo, quello del Sud America. Cileni, argentini, colombiani, qualche brasiliano e pochi americani, forse una sola, la biondina di Boston e due italiani, tra cui la sottoscritta. Una babele. Mi confondo, si ride, si discute, si beve e si mangia con le mani, seduti sul prato intorno al fuoco. Un ghost story teller si siede proprio accanto a noi e comincia a raccontare. La notte avvolge e sfuoca, dietro le fiamme che crepitano, volti e parole. Ha una voce profonda, tutti tacciono e ascoltano i suoi racconti di paura. Sembriamo mandriani assisi intorno al sacro fuoco della natura che scalda le giovenche, un immagine da lontano west. E invece siamo al “centro”, nella capitale mondiale del divertimento e del mercato. Ma questo è “local”, è il dettaglio che in questo posto dispersivo ti balza sotto gli occhi quando meno te lo aspetti.
 
Io mi alzo e vado a ballare sotto le stelle, da sola, gli altri ballano scalzi nel salone aperto. Qualcuno mi raggiunge e sembra un sogno. Mi sento leggera, sazia di emozioni, molle e spensierata. Osservo non osservata e mi accorgo che noi italiani siamo guardati con simpatia per i nostri modi stravaganti e amichevoli, ma anche con rispetto per la nostra storia e cultura (con qualche eccezione per il recente corso politico e le derive sociali…). Vengo trascinata mentre ancora volteggio tra una canzone strappalacrime dei latini e una ballata americana. Mi infilo nella metro vicino a Park Slope. I treni sono pieni di persone di ogni genere. Continuo a pensare che non prendere la metro in questa città significhi non mordere la famosa big apple, non gustarne la linfa.
 
Rapper, signore di mezza età che vanno sulla Broadway a vendere l’ultimo amore che gli è rimasto, ebrei e musulmani. Io mi accoccolo sul sedile e confabulo con il mio accompagnatore, qualche sedile più in là la biondina con il colombiano si abbracciano. Durante il tragitto cambiano i volti, lo slang, l’abbigliamento e gli odori, soprattutto gli odori. Da Brooklyn al Lower East Side, poi su, su verso l’Upper West Side. Scendiamo in cima a Manhattan, intorno il campus della Columbia University. Mi inchino a tanta magnificenza, davanti al prodigio della cultura organizzata. E’ questo il mio tempio, così come il collage delle fotografie sopra il letto è il mio idolo. Mi manca quella notte, gli odori confusi che ormai distinguevo, il caffé stantio nel negozio dei pachistani aperti 24 ore su 24, sette giorni su sette, e quello del vicino di appartamento che cucinava solo con il curry.
ag
 
postato da: stellabianca78 alle ore 10:03 | link | commenti (5)
categorie: new york
venerdì, 12 maggio 2006

Di solo ritorno

Non luoghi. Ne ho la collezione completa. Qui, solo pochi mesi fa, ho lasciato qualcuno e ho preso qualcun altro, perchè tutti assieme non si possono avere, perchè le persone entrano ed escono. A volte rimangono, ma siamo in pochi nella stanza centrale, in quella più piccola e nascosta. E' difficlile da trovare e soprattutto è impegnativo rimanerci. A volte è claustrofobica e chi soffre gli spazi apparentemente stretti, non ce la fa.

Gente che va, gente che torna. Avete mai fatto caso che le persone abituate a spostarsi hanno un'aria decadente, sempre un po' stanca, l'aria dell'abitudine, del "sono di nuovo qui".

Guardo fuori dai finestroni dell'aeroporto. Il cielo è livido. Questa volta è scomodo ripartire, sento di lasciare casa, anche se in realtà so quale è la mia. Ma questa volta è la seconda e la fine era già scritta. Scelta da me e quindi dovrei accettarla di buon grado. Ma non sempre le scelte sono felici, anzi, la maggior parte costano fatica e lasciano feriti sulla strada.

Non ho più scritto, non ne avevo la forza, la voglia, lo slancio. Forse non sapevo cosa dire di fronte ai cambiamenti che mi hanno travolto, ancora una volta. Per quanto te li aspetti, ti lasciano a terra, esanime, e devi curarti per riprenderti, devi respirare e capire, archiviare a volte, riscoprire carte dimenticate e ingiallite in altre occasioni.

Così  New York è stata ancora una volta un soffio d'aria fredda che ti fa tremare e ti sorprende tra due grattacieli, proprio quando pensavi di essere al riparo.

Può mancarci qualcuno quando è più vicino? Sì, è così. A volte è più facile attraversare le distanze con una parola, che guardarsi negli occhi e sentirsi morire. Così capita di vivere momenti di panico in luogo di giubilo per qualcuno che si ritrova e sentirsi ancora vicinissimi a qualcuno che è ormai distante da anni. E' questo che rende meraviglioso il gioco dei rapporti, delle distanze. E' questo che mi spinge fino al limite, che mi tiene viva e mi fa amare i non luoghi. Sono stanze di preparazione, dove ci si convince di poter vincere ogni distanza, per scoprire poi la stanzetta in fondo al cuore, quella in cui solo pochi arrivano.

Panini express, voli express, metro express. Tutto corre, qui. Eppure ho scoperto anche questa volta che esiste una dimensione locale, fatta di gesti e parole, di silenzi e quotidianità, di sorrisi e intese, di persone che si fermano e restano.

Io, ora, vado.

ag

postato da: stellabianca78 alle ore 09:21 | link | commenti
categorie: new york

Chi sono

Blogger: stellabianca78
Viaggiatrice irrequieta e giornalista. Mi piace raccontare delle cose e delle persone. Per farlo mi affido alle mie sensazioni. I cinque sensi: odori, sapori, rumori e armonie, superfici e sguardi. Roma e New York. La mia vita si svolge a queste latitudini, tra crisi da jet leg e sbalzi di "temperatura"...

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