"...lascia che diventi totalizzante. Se vuoi davvero farla questa
professione non c'è altra strada. Ti mangia. E mangia tutto quello che
hai intorno a te se sei autentica mentre la fai"
O.
E' passata una settimana dal mio ultimo scritto. Un'altra settimana piena di frenate e ripartite a singhiozzo. Stasera sarò di nuovo in "transito" e il centro è ancora un miraggio.
E come nell'oroscopo del venerdì, traccio un bilancio che è anche una previsione per l'andamento della settimana a venire...
Giornalismo
Stabile. I miei dubbi sono tutti lì, in un angolo della mente. A tratti diventano un fiume in piena che travolge ogni certezza, in altri momenti restano invece sommersi, come ciottoli sul fondo sabbioso. Non voglio vederli e le acque torbide mi aiutano. Unica certezza: nonostante le crisi sono ancora determinata a fare questo lavoro.
Famiglia
Un punto fermo. Forse l'unico. Su di loro conto incodizionatamente. Loro ci sono senza riserve e trovano il modo di comunicarmelo, nonostante io sia sempre più irascibile. Sono davvero a casa mia.
Rapporti
Sempre più diffcili. A Urbino siamo monadi. Quando qualcuno parla, i discorsi si infrangono sulla nostra incapacità d'ascolto. L'esperienza che viviamo è troppo simile e non si riesce a staccarci dal nostro. Gli altri raccontano e noi riportiamo tutto alla nostra condizione personale. Quando incontriamo qualcuno che veramente ci ascolta ne siamo intimoriti e ci tiriamo indietro. Forse non vogliamo che scoprano il nostro meschino egocentrismo.
Incattiviti, cinici e anche un po' inariditi. Ci vantiamo di essere diventati più bravi, di aver acquistato conoscenze e di essere smaliziati al punto giusto per fare questo mestiere, ma c'è molta arroganza e sempre meno slancio e curiosità. Pensiamo di aver imparato tutto e invece abbiamo solo esaurito la curiosità. Non sempre, ma è un ripiegamento dominante. Vorrei salvarmi, ma in certi momenti è meno faticoso lasciarsi andare e rimanere indifferente.
Forse non voglio ammetterlo, ma questo mestiere mi ha già divorato. Devo solo prenderne atto?
ag
Dopo una settimana NO, è arrivato il momento di risalire. Chi mi era accanto ha vissuto con me questo lavaggio in varecchina.
Bianco, tutto bianco. Colori scomparsi.
Il bianco è molto peggio del nero perchè con le tinte scure è facile nascondere le imperfezioni. Ma il bianco..., è tutto in trasparenza. Ogni neo, un piccolo graffio, una goccia d'acqua. Non sfugge niente. Gli altri ti vedono, almeno chi ti vuole vedere e lo sa fare. Tu stesso ti vedi e lo spettacolo non è sempre gratificante. Ci sono cose di noi che non vorremmo mai sapere, ma che una volta passati davanti allo specchio non possiamo ignorare.
Andare, restare. Avvicinarsi, allontanarsi. Nascondersi, svelarsi. E' stata una lotta continua. Non è finita, ma si va avanti. Duri e senza voltarsi mai, che si rischia di inciampare.
Le emozioni si sono mescolate ai progetti lavorativi, alle complesse riflessioni su questa professione. Chi era distante si è spaventato per la mia tempesta. Questo lavoro è la mia vita, forse è proprio questo il punto. Perchè continuo a credere che una professione non può diventare così totalizzante. Perchè la vita è altro e le scelte non possono essere orientate da un mestiere, per quanto interessante possa apparire nei primi trenta anni della nostra vita.
Roma, New York, Parigi, Londra. Non so dove sarò tra qualche anno. Ma so cosa non voglio. Non voglio muri tra me e le persone che mi si avvicinano. Non voglio rimpiangere i momenti che non ho vissuto. Non voglio confondere la mia personalità con il mio ruolo professionale. Non voglio rinunciare alla semplicità.
Non ho risposte, solo dubbi. Non ho fatto la mia scelta, ma continuo dritta per la mia strada. Cado e mi rialzo.
ag
...Intanto New York tenta di sopravvivere alla bufera

La neve la rallenta e congela tutto...

ag
Il mestiere segreto, quello che nessuno ti racconta, quello non impari neanche dopo mille ore di lezione frontale e mille giorni passati in una redazione. Quello che non vedi o non vuoi vedere. Un mestiere che ti cambia. “Più dura, più decisa, meno esitazioni!”
Un mestiere che va avanti a prescindere dalle persone che ascoltano o guardano e perfino dai protagonisti delle storie. Si arriva e si ordina la portata più sfiziosa: “Dì questo, mostra quest’altro, racconta la storia in 40 secondi e concludi con un bel sorriso”. Ma quale sorriso? Forse quello naturale che aveva quella persona quando ci ha visti entrare dalla porta?! Macché, quello è svanito dopo dieci parole del giornalista che ordinava la confezione a modo suo.
Allora, il sorriso a tutto dente della tv… Ma no, neanche quello è rimasto. Ormai c’è solo una smorfia triste. Ma state sicuri: da casa qualcuno se ne accorgerà. E’ l’effetto estraniante che solo un giornalista riesce a metter su così bene. Un enorme baraccone di falsità, di eccessi, di innaturale genuinità.
Ma l’importante è portare a casa il servizio. Non c’è tempo per le esitazioni. Non c’è spazio per l’umanità e tanto meno per le debolezze.
Così ci sentiamo tutti più bravi, ma anche sempre più soli. Isolati come eremiti, ma costretti a stare e raccontare la gente, pur non avendo con questa nessun contatto.
Sicurezza e professionalità!
Ma vale la pena perdere le proprie insicurezze, passare sopra ai dubbi, accantonare le persone e le emozioni per fare un mestiere che ti fa perdere il senso delle cose invece che insegnarti a capirlo e raccontarlo?
Me lo chiedo sempre più spesso, consapevole, però, di aver già scelto.
ag
L’unico limite della libertà di stampa è l’"educazione" alla scelta dei giornalisti. Solo il saper gestire la propria responsabilità professionale può garantire il giornalista dalla censura e dall’autocensura. Decidere di scrivere o non scrivere, avere il coraggio di pubblicare o non rendere pubblico comporta un’assunzione di responsabilità cui non ci si può sottrarre esibendo bandiera bianca e gridando alla libertà d’espressione. E la satira, se stampata su un organo d’informazione destinato teoricamente a una platea globale, non è esclusa da questo ragionamento, perché parte della costruzione e interpretazione mediatica della realtà. Il limite, prima ancora che nella testa dei singoli, nasce dal contesto storico e sociale e dall’interesse pubblico. Non sempre la libertà d’opinione garantisce il bene comune. Ci sono casi, e le vignette danesi ne sono un chiaro esempio, in cui l’interesse generale e la situazione contingente suggeriscono di veicolare in altro modo idee, che pure possono risultare condivisibili, ma che se pronunciate o disegnate senza rispetto delle precondizioni democratiche possono innescare l’incendio.
ag